cosa sta accadendo?
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50 allevamenti.
6 regioni coinvolte.
Milioni di animali abbattuti.
Centinaia di migliaia di euro che noi tutti stiamo pagando per finanziare le operazioni di contenimento e per elargire ristori agli allevatori.
Il virus dell’influenza aviaria sta flagellando gli allevamenti del centro e nord Italia.
Lo sapevi?
Già. Se ne parla poco, forse non abbastanza, ma il virus HPAI (Highly Pathogenic Avian Influenza – Influenza Aviaria ad Alta Patogenicità) sta dilagando: tra il 6 settembre e il 28 novembre 2025, sono stati segnalati 442 focolai tra gli uccelli domestici e 2.454 tra gli uccelli selvatici in 29 paesi europei, secondo l’ultimo rapporto trimestrale dell’Autorità europea per la sicurezza alimentare (EFSA), del Centro europeo per la prevenzione e il controllo delle malattie (ECDC) e del laboratorio di riferimento dell’UE (EURL).
Proprio nel periodo in esame, il numero di uccelli selvatici colpiti dall’HPAI, ha raggiunto il livello più alto dal 2016: quelli acquatici (in particolare anatre, oche e cigni) sono stati i più coinvolti, parallelamente a casi di mortalità massiccia tra le gru cenerine.¹
Quasi tutti i casi rilevati in Europa sono collegati a una nuova variante di un determinato genotipo A(H5N1) dell’HPAI che aveva già circolato nel continente.
In seguito a questa massiccia incidenza, l’EFSA raccomandava di rafforzare la sorveglianza ai fini di una diagnosi precoce e garantire biosicurezza stringente negli allevamenti, per prevenire un’ulteriore diffusione del virus tra i volatili domestici.²
Ma la situazione non è affatto migliorata; in meno di un mese alla Commissione europea sono stati notificati 60 nuovi focolai di influenza aviaria ad alta patogenicità.³
E l’Italia risulta essere tra i Paesi maggiormente colpiti
Lombardia, Veneto, Emilia Romagna, Piemonte, Toscana e Friuli Venezia Giulia.
È in queste regioni del centro e nord Italia che il virus A(H5N1) ha proliferato e da settembre 2025 ad oggi ha colpito più di 50 allevamenti.
Dato che, attualmente, non esiste una cura, per evitarne la diffusione la normativa europea prevede lo stamping out, termine tecnico che indica l’abbattimento di tutti gli animali presenti nel sito coinvolto e che avviene, nella maggior parte dei casi, con l’utilizzo di gas quali CO₂ oppure azoto. Questi metodi di intervento sono considerati i più “performanti” quando si tratta di numeri così elevati. Sono quelli previsti dal Regolamento (CE) n.1099/2009, che impone di minimizzare dolore, ansia e sofferenza agli animali durante le operazioni di contenimento.
Ma è davvero così?
Con l’inchiesta realizzata in collaborazione con Giulia Innocenzi e Food for Profit, andata in onda domenica 1° Febbraio all’interno della trasmissione Report di Rai3, abbiamo analizzato alcune di queste pratiche, messe in atto durante le fasi di depopolamento in diversi allevamenti del nord Italia.
Sono emerse violazioni sistematiche che sollevano interrogativi urgenti sull’efficacia dei protocolli applicati e sull’utilizzo dei fondi pubblici destinati a questa emergenza.
Il gas letale riempie lentamente il capannone
Sono immagini esclusive, quelle mostrate nella puntata di Report; per la prima volta in Italia è stato possibile vedere cosa accade all’interno di un capanno di avicoli dove è in corso la procedura di stamping out con gas. E, soprattutto, capire cosa subiscono gli animali nel lasso di tempo che precede la loro morte.
Quando il gas viene immesso nel capanno, le galline, visibilmente disorientate e impaurite, si spingono verso il fondo, ammassandosi le une contro le altre.
Rapidamente la visuale diviene completamente bianca, non si vede più nulla, ma si sente chiocciare con disperazione e sbattere violentemente le ali.
Passano dieci minuti prima che cali il silenzio e quando la nebbia si dirada, si comincia a vedere un tappeto di piume bianche, becchi e zampe.
Gli animali, dopo una lunga agonia, sono tutti morti.
A questo punto gli operai entrano con le carriole per prelevare le carcasse, che saranno poi successivamente smaltite in appositi inceneritori.
L’abbattimento con gas, utilizzato spesso per avicoli e suini comporta la morte per asfissia ipossica (mancanza di ossigeno) tramite l’inalazione di elevate dosi di CO₂ o azoto. Gli animali, chiusi nei container o all’interno dei capanni sigillati, perdono coscienza a causa dell’anestesia provocata dal gas, ma la procedura può causare forte stress e sofferenza prima della morte. Sebbene il metodo miri a stordire l’animale, la fase di induzione può indurre “gasping” (respiro agonico) e convulsioni, indicando che la coscienza potrebbe persistere durante l’inizio del soffocamento.
Proprio come nel caso di cui stiamo parlando, in cui i riscontri hanno evidenziato come le galline si siano dimenate per ben 10 minuti prima di morire.
Quando il gas non funziona, arrivano le bastonate
Un allevamento di anatre è stato colpito dall’epidemia di influenza aviaria che sta imperversando sulla zona e sono iniziate le operazioni di depopolamento.
Siamo riusciti a ricostruire quanto accaduto dopo l’immissione del gas all’interno di uno dei capanni e a dimostrare le criticità intercorse durante lo svolgimento dei lavori.
Gli animali sarebbero dovuti essere tutti, o per la gran parte, morti per ipossia in conseguenza all’inalazione dell’azoto. Ma appare subito evidente che qualcosa non sia andato per il verso giusto; molte anatre sono rimaste vive e il motivo sarebbe da ricondurre ad uno dei tubi che scaricavano gas nel capanno e che, in quell’occasione, non avrebbe funzionato.
Da alcune informazioni ottenute, sembrava esserci una politica di risparmio riguardo al gas, che avrebbe portato gli operai ad utilizzarne meno e, conseguentemente, a ridurne l’efficacia.
Quello che si qualifica come il figlio del titolare dell’azienda asserisce che a suo avviso sarebbe andato tutto liscio e che la squadra intervenuta avrebbe rispettato tutte le norme sul benessere animale.
I riscontri, però, sembrano delineare una situazione molto diversa in cui sono emerse pesanti criticità legate, soprattutto, a diversi episodi di violenza ai danni degli animali, alcuni dei quali sembrerebbero potersi configurare come reati di maltrattamento. Il tutto sarebbe avvenuto sotto agli occhi del veterinario pubblico deputato alla supervisione delle operazioni.
Le anatre sopravvissute, nonostante fossero circa 400, un numero per cui sarebbe stato meglio utilizzare nuovamente l’azoto, sono state uccise a bastonate oppure tramite il metodo della dislocazione cervicale.
Metodi da utilizzare esclusivamente in via residuale e da persone formate per questo.
Gli addetti della cooperativa appaltata per svolgere le operazioni di spopolamento, invece, non sembrano saper eseguire correttamente le procedure e vengono ripresi, in più di un’occasione, a infierire molteplici colpi sui singoli animali, senza riuscire a ucciderli, protraendo insensatamente l’agonia degli stessi.
Anche la dislocazione cervicale non è svolta nel modo che, stando alle parole del veterinario, nonché consulente tecnico della polizia giudiziaria, Dario Buffoli, sarebbe il più corretto:
“La dislocazione migliore avviene con lo stiramento delle vertebre cervicali“.
Invece, nei video analizzati, si applica una torsione del collo, che, spesso, lascia le anatre agonizzanti per diverso tempo. Tra i casi che più ci hanno colpito, quello in cui il veterinario stesso, intervenuto per mostrare a uno degli operai la corretta esecuzione, mette il piede sopra un’anatra e le tira il collo, non riuscendo a ucciderla. Interviene perciò una seconda volta, torcendolo e gettando il volatile verso una carriola in cui si stanno raccogliendo le carcasse. Manca il bersaglio e l’animale, ancora vivo, stramazza a terra. A questo punto, il veterinario la raccoglie e infierisce per ben altre tre volte su di lui prima di riuscire, finalmente, a ucciderlo.
“L’abbattimento degli animali può provocare dolore, ansia, paura o sofferenze di altro tipo agli animali anche nelle migliori condizioni tecniche. Alcune operazioni relative all’abbattimento possono causare stress e ogni tecnica di stordimento presenta inconvenienti. È opportuno che gli operatori o il personale addetto all’abbattimento adottino i provvedimenti necessari a evitare e a ridurre al minimo l’ansia e la sofferenza degli animali durante il processo di macellazione o abbattimento, tenendo conto delle migliori pratiche nel settore e dei metodi consentiti dal presente regolamento. Il dolore, l’ansia o la sofferenza dovrebbero essere considerati pertanto evitabili” – Regolamento (CE) n. 1099/2009
Si decide poi di radunare gli animali da una parte del capanno, che si provvede a chiudere con delle recinzioni. Durante la movimentazione le anatre vengono calciate, prese per le ali, poi per le zampe e letteralmente lanciate; oltre a provocare dolore, questo tipo di manipolazione rischia di provocare fratture e ferite ed è ascrivibile al reato di maltrattamento (Art. 544-ter codice penale).
Per circa trenta minuti avrà luogo quella che il dott. Buffoli definisce «una mattanza»: gli operai procedono a uccidere a bastonate gli animali che, impauriti e stressati, provano a fuggire, mentre vedono i loro consimili morire. Anche in questo caso si contravviene al regolamento (CE) n. 1099/2009, che dice che l’interazione dovrebbe essere evitata perché potrebbe provocare effetti dannosi sul benessere (punto f del capo II, articolo 3).⁴
La ditta che ha vinto l’appalto per gestire l’emergenza aviaria in Lombardia, Veneto ed Emilia Romagna e che ha coordinato, nello specifico, lo stamping out in questo allevamento è la medesima che, soltanto un paio di anni fa, era finita al centro di una precedente inchiesta di Report. Durante l’epidemia di Peste Suina Africana, in un sito colpito dal virus, erano stati uccisi 10.000 maiali con la pinza elettrica.⁵
Il caso aveva suscitato enorme scalpore a causa della particolare efferatezza di alcune scene ed era stata avviata anche un’interrogazione parlamentare a riguardo.
L’azienda in questione dal 2020 ha incassato più di 13 milioni di euro per svolgere i lavori di contenimento del virus A(H5N1) nelle regioni sopra indicate.
Un telo malmesso
Per contrastare la diffusione dell’aviaria è fondamentale rispettare rigorosamente i protocolli di biosicurezza, ma ciò che è stato possibile ricostruire delinea, invece, un quadro tutt’altro che rassicurante.
In un allevamento di galline ovaiole, colpito dall’influenza aviaria e sottoposto alla procedura di depopolamento, sono state documentate carcasse lasciate all’esterno della struttura, malamente coperte e solo in parte da un telo e incustodite.
Il fatto rappresenta una grave violazione in termini di biosicurezza, poiché i resti infetti, esposti all’ambiente, potrebbero entrare in contatto con la fauna selvatica, che potenzialmente diverrebbe un vettore permettendo al virus di diffondersi ulteriormente sul territorio.
Grazie a un accesso agli atti del network Food For Profit, sappiamo che dal 2020 al 2025 in Italia, le sole regioni Veneto, Lombardia ed Emilia-Romagna hanno destinato 266 milioni di euro per gli abbattimenti e i ristori agli allevatori, una cifra stimata al ribasso perché la Lombardia non ha fornito la totalità dei dati richiesti.
L’epidemia è tuttora in corso, come si evince dai dati diffusi dall’Istituto Zooprofilattico e non sappiamo se e quando cesserà di propagarsi.⁶
Quello che sappiamo è che, nonostante i precedenti e al netto delle promesse di alcuni soggetti coinvolti nell’inchiesta, ancora una volta si cerca di arginare un’emergenza, piuttosto che lavorare preventivamente su ciò che la genera.
Fino a quando supporteremo l’attuale modello alimentare, basato su mega produzione e consumo eccessivo, continueremo a stendere il tappeto rosso a virus come quello della peste suina africana, dell’influenza aviaria, della blue tongue o del prossimo che arriverà e che negli allevamenti troverà ovviamente un habitat perfetto per proliferare.
E accetteremo di pagare di tasca nostra per le barbarie che abbiamo visto.
Com’è andata a finire
La puntata di Report, durante la quale è stata trasmessa l’inchiesta, è stata vista da oltre 1,5 milioni di persone.
La questione sarà al centro di un’interrogazione parlamentare della deputata Eleonora Evi, che dopo la messa in onda del servizio è intervenuta sui social: “È emergenza ma quando a contare è solo il denaro si risparmia su tutto, anche sul gas per uccidere gli animali, sulla polvere disinfettante, e a pagare ancora una volta per la nostra folle industria alimentare malata che però viene lautamente ristorata con soldi pubblici, sono gli animali, presi a bastonate e lasciati a morire agonizzanti sotto gli occhi di veterinari che dovrebbero controllare”.
In data 2 febbraio la portavoce del Movimento 5 Stelle, Paola Pollini, ha chiesto che l’assessore al welfare Guido Bertolaso, riferisse in aula per i fatti documentati dalla trasmissione Report e riguardanti l’operato di ATS Valpadana.
ATS Valpadana, pochi giorni dopo la messa in onda del servizio, ha fatto sapere che sono state avviate delle verifiche interne sulle procedure messe in atto e sul rispetto delle regolamentazioni. I controlli, viene precisato, riguarderanno anche le modalità di disinfezione degli ambienti e, nello specifico, la quantità di disinfettante (Virkons) utilizzata dalla ditta al termine delle operazioni di depopolamento.
FNOVI (Federazione Nazionale Ordini Veterinari Italiani), in data 6 febbraio, ha chiesto alle autorità sanitarie competenti un chiarimento ufficiale sull’accaduto, precisando quanto segue: “La tutela del benessere animale, anche in contesti emergenziali complessi, costituisce un principio essenziale dell’azione sanitaria pubblica e della responsabilità professionale dei medici veterinari”.