Tra cannibalismo e malattie:
un reportage con Greenpeace
16 Gennaio 2026

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Siamo all’interno di un grande allevamento intensivo. Abbandonata sul pavimento giace la carcassa di un maiale. A giudicare dallo stato di decomposizione potrebbe essere morto già da diversi giorni.

Si trova in un box con altri animali vivi che lo annusano, lo osservano e cominciano a morderlo. In un primo momento sembra quasi un gioco, sferrano piccoli attacchi per poi retrocedere.

In un istante, però, la situazione degenera e, in uno stato di agitazione e stress collettivo crescente, uno di loro affonda il muso nella carne, cominciando a cannibalizzare la carcassa. Gli altri immediatamente lo seguono.

Gli animali che stanno mangiando quella carne, visibilmente in stato di decomposizione,  sono gli stessi che finiranno poi al macello e, successivamente, sulla tavola dei consumatori. Il  rischio di una potenziale contaminazione è enorme. 

Quello descritto non è che uno tra gli episodi documentati in un’inchiesta realizzata in collaborazione con Greenpeace, che disegna un quadro preoccupante sulla gestione di un sito intensivo in Emilia Romagna.

Non un allevamento qualunque

Siamo a Bondeno, in provincia di Ferrara. L’azienda in questione è collegata a un gruppo molto rinomato per la zootecnia, già proprietario di alcuni dei più noti marchi del settore.
Si tratta di un allevamento in soccida piuttosto grande, in cui, a pieno regime, si arriverebbero a gestire sino a 20.000 tra suini svezzati e all’ingrasso¹.

La proprietà non è nuova a Greenpeace.

Dal 2019, infatti, l’associazione ambientalista aveva organizzato, assieme alla cittadinanza, diverse proteste contro l’ampliamento o la costruzione di nuovi siti ad essa legati, ottenendo lo stop di un nuovo maxi allevamento da 10.600 suini a Schivenoglia (Mantova, Lombardia)².

Nel 2023, il gruppo in questione, con le sue 74.810 kilotonnellate di ammoniaca emesse, si collocava al quindicesimo posto, in un elenco di circa 800 aziende italiane, all’interno dell’ E-PRTR, un registro europeo che raccoglie dati annuali sulle emissioni di oltre 90 sostanze inquinanti nell’aria, nell’acqua e nel suolo da circa 4000 impianti industriali in Europa³.

Nel 2024 una delle aziende della compagnia  era anche finita in un’inchiesta andata in onda all’interno del programma Report su Rai 3.  Il sito era stato colpito da Peste Suina Africana (PSA) durante l’epidemia che aveva dilagato in quelle zone. Le immagini aeree, diffuse dal network Food for Profit e supervisionate da alcuni membri del team di Unlocked, avevano messo in evidenza i controversi metodi utilizzati per lo stamping out (l’abbattimento di tutti gli animali, obbligatorio in questi casi).

Ratti, maiali feriti o malati e carcasse abbandonate nei box: è questo lo standard dei big players della zootecnia?

I riscontri provengono da diversi capanni del sito; in tutti, è stata evidenziata una cattiva gestione dal punto di vista igienico sanitario.
I corridoi, così come anche i box all’interno dei quali sono rinchiusi gli animali, sono pieni di ratti. Una vera e propria infestazione, che non risparmia alcun angolo: dalle canaline del cibo, ai corridoi passando per i box. I roditori sono in continuo contatto con i suini e con il loro cibo e, addirittura, alcuni di quelli morti, in avanzato stato di decomposizione, sono ben visibili nei recinti. La prassi vorrebbe che venissero rimossi entro un massimo di 24 ore, per evitare una possibile contaminazione che, in questo caso, data la specie, risulterebbe molto pericolosa.
Del rodenticida è presente, ma, anziché essere raccolto in appositi contenitori, è stato sparso per l’allevamento. In questo modo anche i maiali stessi potrebbero ingerirlo e, a quel punto, anche la carne venduta dopo la macellazione potrebbe contenerne traccia⁴.

Gli animali presenti nei recinti non sembrano affatto versare in condizioni ottimali: hanno occhi e pelle arrossati, probabilmente a causa dell’alta concentrazione di ammoniaca nell’aria e del fatto che sono continuamente a contatto con feci e urina, di cui la pavimentazione è cosparsa. 

Abbastanza frequenti sono anche le ernie ombelicali, nonché ferite vive in varie parti del corpo, dovute, in particolare, alle aggressioni subite dagli altri maiali.
Sembrano infatti essere molto stressati e in più di una ripresa vengono documentati attacchi. In un caso, un suino, visibilmente malato, è a terra in un box ingrasso e viene ripetutamente morso, come anche un altro esemplare, che presenta una grossa ferita viva all’ano, infetta e cosparsa di insetti. Entrambi, nello stato in cui versavano, avrebbero dovuto essere spostati in uno spazio apposito, indicato come infermeria, per ricevere cure adeguate. Invece vengono lasciati alla mercé degli animali con cui condividono il recinto, dei quali divengono facili bersagli.

L’aggressività è frequente in queste strutture. È una conseguenza della frustrazione, generata a sua volta dal mancato soddisfacimento dei bisogni etologici della specie.

A riprova di quanto detto, sono visibili molte lacerazioni soprattutto alle code, già tagliate proprio per evitare che i maiali se le mordano a vicenda, o alle orecchie. 

Anche nei casi dove sia visibile un’importante infezione in corso, non sembrano esserci segni di alcun trattamento sanitario e gli animali, anziché essere spostati in un luogo appositamente adibito, rimangono nei box assieme agli altri con il pericolo costante di essere nuovamente aggrediti.

In tutti e tre i capannoni, come è stato possibile evincere dalle immagini, sono state rinvenute carcasse. Molte sono state abbandonate nei corridoi di passaggio, altre all’interno dei box. Come nel caso già descritto in apertura di articolo, in cui alcuni suidi divorano le interiora di un esemplare morto da tempo già in stato di decomposizione.

Una scena terribile, davvero al limite del narrabile. Non è raro assistere a episodi di questo tipo; il cannibalismo è, purtroppo, una consuetudine tra gli animali confinati in queste strutture. Lo stress,  l’assenza di adeguati stimoli, la condivisione forzata di spazi già molto limitati li portano all’aggressività, che, talvolta, degenera. Ma, in questo caso, si è arrivati oltre“. 

Chi ha analizzato le immagini lo descrive come uno tra i fatti più cruenti che gli sia capitato di vedere, evidenziandone il carattere di pericolosità, anche in termini di biosicurezza. 

Infatti, i maiali che stanno mangiando quelle carni, potenzialmente contaminate, sono gli stessi che andranno al mattatoio, quindi finiranno nel circuito della filiera alimentare.

I riscontri evidenziati riportano una situazione molto seria, falle importanti in termini di biosicurezza, carenze e irregolarità per quanto riguarda gli standard, anche minimi, richiesti in termini di benessere animale

Se un’azienda così importante, con una grande disponibilità finanziaria come quella oggetto dell’indagine, non riesce, o non vuole, seguire le regole, viene da chiedersi cosa accade in tutte quelle che hanno introiti e dimensioni ben più ridotte. 

Com’è andata a finire

L’uscita dell’inchiesta ha generato molto scalpore ed è stata ripresa da diversi media nazionali e locali, tra cui “Corriere della Sera”, “Il Resto del Carlino” e “RaiNews”.

Attraverso Instagram, un video dedicato all’inchiesta, in collaborazione tra il network Food For Profit e Greenpeace Italia, ha generato 1 milione di visualizzazioni.

Nonostante il clamore mediatico suscitato e l’indignazione pubblica, l’azienda non ha ancora replicato né ha fornito spiegazioni su quanto è stato rilevato nell’allevamento di sua competenza.