Malessere animale
in un sito di un grande produttore
10 Novembre 2025

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Benessere animale. 

Un termine ormai inflazionato. 

Lo si sente sempre più spesso pronunciare da esponenti del settore zootecnico, politici o inserito all’interno di qualche campagna pubblicitaria. 

Ma ha davvero senso usarlo quando si parla di allevamenti intensivi o, più in generale, dell’intera industria zootecnica?
È plausibile che aziende che allevano milioni di animali allo scopo di vendere poi la carne o i derivati riescano a rispettare degli standard tali da poter essere equiparati al concetto di benessere? 

 

Innanzitutto va sottolineato che il termine stesso è ancora in evoluzione,  oggetto di studi, modifiche e adattamenti alle nuove realtà e al grado di sensibilità e consapevolezza che le società nel tempo hanno acquisito. 

Nel secondo dopoguerra l’innovazione tecnologica si impose pesantemente ridisegnando in Europa i modelli produttivi degli allevamenti zootecnici e questo comportò un significativo peggioramento delle condizioni di vita degli animali (maggior numero di capi, selezione genetica, massiccio uso di antibiotici anche in via preventiva).

La situazione venne alla ribalta in Inghilterra grazie all’opera di denuncia della giornalista Ruth Harrison, a cui ha fatto seguito la stesura di un documento da parte di una commissione di esperti nominati dal governo inglese per definire dei criteri minimi di protezione degli animali allevati. Era il 1965 e con il Rapporto Brambell nasceva di fatto il concetto di ‘benessere animale’, inteso come assenza di privazioni rispetto alle libertà fondamentali. Il documento è divenuto poi il fondamento delle successive norme promulgate nell’Unione Europea su questa tematica.
Da quel momento, la legislazione è stata e continua ad essere al centro di numerosi dibattiti etici e scientifici.

Il tema del benessere animale è ancora oggetto di confronto ed è, sicuramente, uno dei pilastri su cui tanti player della zootecnia basano la loro comunicazione. 

Alcuni leader del settore, fiore all’occhiello del cosiddetto Made in Italy, lo hanno addirittura menzionato all’interno del loro Bilancio di Sostenibilità inserendo il rispetto degli animali e la loro responsabile custodia come condizioni primarie per allevarli.
Il dubbio, legittimamente sollevato, riguarda la reale motivazione alla base di tali iniziative: se esse derivino principalmente dall’esigenza commerciale di rassicurare consumatori sempre più sensibili alla tematica, oppure se siano il frutto di un autentico impegno etico, volto a conformarsi a un modello più rispettoso e coerente con l’etologia delle specie.

Nell’inchiesta che segue, in collaborazione con Greenpeace, è stato analizzato un sito di produzione intensiva molto importante, legato a un nome di spicco che risulta tra i primi tre in Italia per ricavi annui (si parla di una cifra che supera abbondantemente il miliardo e mezzo)¹ e tra i primi cinquanta tra quelli che ricevono i fondi della Politica Agricola Comune (PAC) più consistenti². 

La stessa azienda compare anche ai primi posti tra quelle che generano più ammoniaca (nel 2023 tra le prime venti) e metano (tra le prime dieci)³.

Vediamo, nello specifico, cosa è stato rilevato. 

Ratti, ferite non curate e carcasse abbandonate: va in tavola il Made in Italy

La struttura è specializzata nell’allevamento di suinetti da svezzare, ovvero, si occupa di gestire scrofe gravide e partorienti per poi destinare i cuccioli ad altri siti, dove verranno poi fatti ingrassare e destinati, infine, al macello.
Nei centri di svezzamento, tutto ciò che di naturale si potrebbe ricondurre al momento della gravidanza e del parto scompare. Il rapporto madre/figlio si riconduce meccanicamente al solo momento dell’allattamento. Non c’è abbastanza spazio per fare nient’altro e le scrofe, seppur confinate in gabbie di pochi metri, non sempre riescono ad evitare di schiacciare i loro cuccioli appena nati. Altri nascono già morti e la mortalità registrata in questi siti è, infatti, sempre molto elevata.

Dalle immagini si vedono molte carcasse di suinetti, alcune delle quali addirittura mummificate, altre sono addirittura mummificate, segno che fa supporre che siano rimaste lì, nei box accanto agli altri vivi,  ben oltre le 24 ore stabilite dalla normativa per la rimozione. Questa pratica è pericolosa dal punto di vista sanitario, dato che espone gli animali ancora vivi al contatto con quelli morti, di cui nella maggior parte dei casi non si conosce il motivo del decesso.
Inoltre, rappresenta una criticità anche dal punto di vista del rispetto dell’etologia dell’animale. I suini sono molto sensibili, instaurano legami parentali molto forti e lasciare le carcasse in continuo contatto visivo e olfattivo, espone la scrofa a un forte stress emotivo. 

All’interno dei capanni c’è un evidente problema di infestazione di ratti, che in alcuni filmati  sono stati ripresi proprio all’interno dei box, a diretto contatto con gli animali presenti. Ma il problema apparentemente più grave si registra in un’area in cui alcune scrofe hanno abortito dei cuccioli, che sono stati poi morsi o addirittura mangiati dai roditori. 

Il pericolo si estende non solo ai suidi confinati nel sito, ma anche al personale che ci lavora e, in ultimo, ai consumatori stessi.
I ratti vivi, attraverso le loro deiezioni o quelli morti non rimossi possono trasmettere malattie come salmonellosi, leptospirosi e toxoplasmosi. Inoltre, come già documentato in altre inchieste, qualora i maiali mordessero o mangiassero quelli uccisi dal rodenticida, spesso utilizzato per contenere le infestazioni, questo potrebbe rimanere nella carne anche dopo la macellazione⁴. Ergo arrivare sulle nostre tavole.

Alcune tra le scrofe presenti nel sito presentano lacerazioni provocate dai tubi delle gabbie di maternità, dove sbattono continuamente, a causa dello stress o della mancanza di uno spazio adatto anche ai più semplici movimenti come stendersi o alzarsi. Molte di queste ferite appaiono visibilmente non trattate con lo spray disinfettante, essenziale per prevenire le infezioni. Tale omissione, nei casi più gravi, rappresenta una seria irregolarità nella gestione dell’animale.
Altre, all’interno dei box maternità hanno prolassi uterini non curati. 

Una tra loro, quella nella situazione più critica, ha l’utero praticamente del tutto fuoriuscito ed è costretta a continuare ad allattare i suoi piccoli persino in questo stato.
È una condizione che provoca molta sofferenza ed è potenzialmente letale se si verifica anche un’emorragia interna. Colpisce soprattutto le più anziane, che sono state costrette a partorire decine di volte nel corso della vita. 

Lungo i corridoi sono state rinvenute diverse code tagliate.
Questa pratica dovrebbe avvenire solo ed esclusivamente in casi di assoluta necessità, quando non sia possibile adottare altre soluzioni⁵. Nella realtà, però, avviene di routine, perché non esiste un altro modo efficace per evitare che gli animali si aggrediscano tra loro a causa dello stress generato da ambienti così densamente popolati e le estremità (coda, orecchie) sono le prime ad essere attaccate dagli altri animali.
È un’operazione molto dolorosa e viene svolta senza anestesia sui cuccioli nei primi giorni di vita (la norma stabilisce entro i primi 7 giorni, ma non sempre viene rispettata).

Infine, il sito presenta gravi mancanze anche per quanto concerne lo smaltimento dei reflui.
Grazie alle riprese aeree, è stato possibile documentare una grossa perdita di liquami, feci e urina dei maiali che finiscono, in parte, sul terreno. Seppur contenuta all’interno del perimetro aziendale rappresenta un rischio di inquinamento concreto per i terreni e i corpi idrici circostanti.

Grazie ai riscontri ottenuti, è stato possibile analizzare quel che avviene dentro il sito e la realtà è ben lontana da ciò che viene dichiarato nel Bilancio di Sostenibilità, ovvero che “rispetto degli animali e la loro responsabile custodia sono condizioni primarie per allevarli“.

Il concetto stesso di benessere animale, quando viene applicato al modello dell’allevamento intensivo, genera un vero e proprio “cortocircuito” cognitivo, in quanto l’animale è confinato in spazi inadeguati alla sua natura e privato della possibilità di esprimere comportamenti innati e bisogni fondamentali della sua specie. 

Questa Inchiesta ha dimostrato e confermato ulteriormente l’insostenibilità del sistema che, per soddisfare la richiesta di mercato, presuppone metodi brutali che rispondono a un unico valore: quello del profitto.

Com’è andata a finire

In seguito all’esposto presentato alla Procura di Mantova dall’associazione Greenpeace Italia, dove si richiedevano accertamenti sul sito investigato, i carabinieri del comune e i Nas di Cremona lo hanno ispezionato. 
Sono state rilevate gravi violazioni per quanto riguarda la gestione dell’allevamento in termini di biosicurezza e benessere animale.

A novembre 2025, l’ATS della Valpadana ha posto sotto sequestro gli animali presenti nell’azienda e inflitto una maxi multa da 10mila euro al legale rappresentante della società agricola.