Un uovo non ha mai fatto male
a nessuno... o no?
7 Luglio 2025

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Nonostante gli aumenti di costo registrati dal 2025, causati soprattutto dall’influenza aviaria che ha inciso negativamente sulla produzione, la richiesta di uova nel mondo non sembra diminuire.

Anzi. Il consumo pro-capite, almeno in Italia, è aumentato di approssimativamente dieci unità dal 2023 al 2024¹.

Alcuni Paesi, come gli Stati Uniti, tra i maggiormente colpiti dalla crisi, sono corsi ai ripari chiedendo ad alcuni stati europei l’esportazione. Nessuno tra quelli contattati, incluso il nostro, ha potuto esaudire la richiesta, perché la produzione sembrerebbe soddisfare solamente la richiesta interna.

Va da sé che, ove la domanda cresca, l’offerta debba rimanere, quanto meno, stabile. 

L’allevamento in gabbia

Ed è per questo che sono ancora miliardi le galline ovaiole allevate nel mondo al fine di garantire un approvvigionamento costante.
Nonostante i dubbi etici, riguardo alle privazioni e alla sofferenza subite dagli animali e il tangibile rischio che gli allevamenti in questione rappresentano per il propagarsi di epidemie come l’influenza aviaria, i numeri non si arrestano. 

Basti pensare che, nei primi 8 mesi del 2023, in Italia, si contavano circa 2800 allevamenti di galline ovaiole, in cui erano confinati oltre 41 milioni di capi.
Di questi, il 36% con una modalità ad oggi considerata  la più crudele, ovvero l’allevamento in gabbia².
Proprio mentre stai leggendo queste righe, tutti quegli animali continuano a essere ammassati in spazi angusti, sporchi e sovraffollati.
É stato calcolato che la superficie che ognuno di loro ha a disposizione corrisponderebbe a un foglio di carta A4, uno spazio decisamente insufficiente per esprimere persino bisogni etologici basilari, come aprire le ali o alzare completamente la testa.
Negli anni, decine e decine di associazioni in tutto il mondo, contando anche sull’appoggio di una parte della politica, hanno condotto e continuano a condurre campagne di sensibilizzazione, affinché l’utilizzo delle gabbie (per gli avicoli, così come per le altre specie) sia estromesso dagli allevamenti.
Ma, nonostante le promesse, sia da parte di esponenti del settore, sia da parte di organismi politici di competenza, una revisione della legislazione in materia di benessere animale stenta ad arrivare.
Come in Europa, dove, anche per il 2026, nell’agenda della Commissione spicca proprio l’assenza di riferimenti a proposte legislative di questo tipo. Un’assenza che pesa ancora di più, dato che l’impegno preso a riguardo con i cittadini e le cittadine (molto sensibili al tema) aveva come termine ultimo il 2023³.

The Real Cost of Eggs

A giugno del 2025, l’Open Wing Alliance (OWA) ha lanciato, in collaborazione con We Animals  un’inchiesta globale, dal titolo “The Real Cost of Eggs”, che vede coinvolti 37 Paesi e sei continenti, per documentare la realtà nascosta dietro il sistema mondiale di produzione delle uova. Dall’Africa all’Oceania, passando per Asia, Europa e America. In tutti gli allevamenti investigati, in ogni Paese o continente in cui è stato condotto quello che, attualmente, è il più grande lavoro investigativo sul tema, sono emerse pesanti irregolarità e negligenze, criticità ambientali e una ingiustificata, intollerabile indifferenza nei confronti della sofferenza degli animali. 

E in Italia?

Il lavoro svolto assieme a We Animals, ha permesso di fornire testimonianze preziose riguardo a ciò che accade sul nostro territorio e i riscontri, diffusi pubblicamente dal network Food For Profit, vanno ben oltre l’immaginazione. 

Le immagini, risalenti a aprile, maggio e giugno 2025, provengono da due allevamenti intensivi di galline ovaiole, situati entrambi in Lombardia.

Nel più grande dei due, circa 300.000 animali, il fatto sicuramente più grave è il rinvenimento di una carcassa di pecora, in avanzato stato di decomposizione, nella zona filtro di uno dei capanni, un luogo ove la pulizia e l’igiene dovrebbero essere rispettate forse ancora di più che altrove.
L’animale non ha i marchi auricolari e lo stato in cui versa lascia intendere che si trovi lì da diverse settimane. Alcune galline sono state riprese libere di razzolare proprio in quest’area, fuori dai capanni.
Episodi del genere denotano superficialità e incoscienza nella gestione del sito e risultano essere particolarmente gravi in un momento come quello che stiamo vivendo, in cui tutto il mondo è in allerta per il diffondersi dell’epidemia di influenza aviaria.
Il contatto con gli animali selvatici è una tra le cause più comuni di diffusione e la propagazione, in luoghi così densamente popolati come gli allevamenti intensivi, è velocissima.
Il virus, tra l’altro, ha già effettuato diverse mutazioni, arrivando a infettare anche i mammiferi e il pericolo che possa effettuare l’ultimo salto, ovvero essere trasmissibile da persona a persona non è da sottovalutare⁴.

Grazie a quanto filmato all’interno dei capanni sono emerse diverse criticità, sia attinenti a fenomeni di incuria nei confronti degli animali, che riguardo alla biosicurezza.

Le galline presentano un’importante perdita di piumaggio dovuta allo sfregamento continuo contro le reti metalliche delle gabbie e allo stress, che le spinge ad aggressioni reciproche e a fenomeni di autolesionismo.

Diverse di loro presentano importanti prolassi anali, una condizione che provoca un’intensa sofferenza. Nonostante ciò, vengono lasciate accanto alle altre e, con alta probabilità, non riceveranno cure. 

Il sito presenta gravissime carenze strutturali e igieniche, con gabbie molto sporche, uova, animali ricoperti di feci e carcasse abbandonate, anche per più giorni, tra gli animali vivi, che, in taluni casi, sono arrivati a episodi di cannibalismo.

Carcasse abbandonate e cannibalismo – non un caso isolato, ma irregolarità ricorrenti

Le gabbie sono impilate le une sulle altre.  Dalle reti metalliche spuntano decine e decine di colli spiumati. Nel secondo sito il senso di oppressione e di angustia sembra evidente.
Gli spazi sono estremamente sporchi, le deiezioni, accumulate ai piani superiori, cadono inevitabilmente su quelli sotto, anche addosso agli altri animali. Una gallina, probabilmente annoiata e stressata, mangia le feci che trova sul pavimento.
Le galline, all’apparenza giovani, sono già visibilmente provate dalle condizioni di detenzione: il collo è quasi sempre spiumato, a causa della necessità di alimentarsi attraverso le sbarre, le stereotipie sono molto diffuse e le difficoltà a muoversi sono evidenti, anche a causa di trespoli, in numerosi casi, particolarmente datati.

Il sistema meccanico di riempimento delle canaline rischia seriamente, ad ogni passaggio, di ferire gli animali.

Anche in questo allevamento lo smaltimento delle carcasse rappresenta una criticità. Anziché essere prontamente rimosse, come prevede la norma, vengono lasciate abbandonate nelle corsie o, come si evince dalle riprese, all’interno delle gabbie stesse anche per più giorni. Alcune di queste sono lì da talmente tanto tempo da aver raggiunto uno stato di mummificazione.

Conclusioni

I riscontri dipingono una situazione pericolosa per gli animali, ma anche per gli esseri umani, che può potenzialmente esplodere da un momento all’altro. L’alta densità di capi, le scarse condizioni di igiene e le criticità in termini di biosicurezza, rendono gli allevamenti intensivi dei luoghi in cui i virus trovano luoghi ideali per la propagazione. 

I comportamenti non corretti di alcuni operatori del settore possono travolgere l’intera comunità, provocando danni incalcolabili.
Sono ormai anni che importanti scienziati di tutto il mondo parlano dell’influenza aviaria come della prossima pandemia, sottolineando che non esiste più un SE, ma un QUANDO il virus arriverà a compiere l’ultima mutazione, ovvero quella necessaria a spostare la sua preferenza ai recettori di tipo umano. Ergo potrà essere trasmissibile da persona a persona. 

Il rischio sembra essere davvero concreto, al punto che a marzo del 2025 un gruppo di scienziati ha pubblicato un appello sulla rivista Science, esortando governi, industria e comunità scientifica a prepararsi urgentemente a una potenziale pandemia, sviluppando vaccini, farmaci e piani di comunicazione efficaci.
Va, inoltre, considerato anche il danno economico che tutti i paesi europei, Italia inclusa, hanno dovuto fronteggiare negli ultimi anni, come conseguenza del propagarsi di zoonosi di vario genere. Ingenti somme di denaro, prelevate dalle casse dei contribuenti, sono state (e continuano ad essere) elargite agli allevamenti intensivi come risarcimento per i danni causati dall’epidemia di turno. I numeri sono impressionanti: per i mesi che vanno da gennaio 2022 a maggio dello stesso anno l’importo totale degli aiuti, cofinanziati al 50% tra Unione Europea e Italia, ammonta ad € € 93.341.580,00⁶.

Ma, anziché imparare dagli errori commessi e agire in modi che siano davvero incisivi per cambiare rotta, si continua a preservare e a finanziare un modello malato e insostenibile, basato sull’iperconsumo e sull’iper sfruttamento delle risorse.
Quindi, è proprio vero che un uovo, non ha mai fatto male a nessuno?

Com’è andata a finire

L’inchiesta “The Real Cost of Eggs” ha avuto fortissima eco, grazie anche alla sua diffusione globale.

Più di cento celebrità internazionali hanno firmato una lettera aperta, chiedendo alle aziende di interrompere i rapporti commerciali con allevamenti che prevedono la modalità in gabbia.

In più di un Paese, le strutture indagate sono state multate o perseguite legalmente a causa della cattiva gestione e delle irregolarità riscontrate.

Per quanto riguarda l’Italia, per uno dei siti coinvolti è stata presentata formale denuncia presso i carabinieri forestali di Lodi. A farlo è stata la reporter Giulia Innocenzi, che si è occupata di divulgare i riscontri dell’inchiesta in esclusiva attraverso il network Food For Profit e il Corriere della Sera. È stata confermata l’apertura di un’indagine che è nelle sue fase preliminari (ex art. 415 bis cpp), dimostrando che è stato avviato un procedimento penale.